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Vademecum

Vi siete mai chiesti come si realizzano fotografie come questa?

Fedelissimi amici, oggi è il vostro compleanno e parleremo di fotografia. Questo articolo non ha la pretesa di essere una guida esaustiva, e nemmeno un bigino sul processo fotografico. Mi premurerò soltanto di illustrare le principali tecniche ed alcuni cenni storici. Procederemo a volo d’uccello (scusate il doppio senso).

L’arte della fotografia è abbastanza antica, fu infatti inventata in Francia. Gli antichi parigini, stanchi delle feste di corte e delle guerre, costruirono per scherzo una fotocamera e, non avendo scritto alcun manuale, la gettarono via senza comprenderne le potenzialità. L’artefatto fu poi ritrovato da un’agenzia finanziata da Tom Anderson nei primi anni 2000. L’inventore di MySpace era infatti alla ricerca della tecnologia che consentisse ai popoli di caricare foto sul suo social network. Ciò che segue è storia recente che tutti conosciamo: gli splendori del 2006, la deriva dei continenti, l’alba del declino nel 2007 e poi il nulla che tutto inghiotte e restituisce senza forma.

Una macchina fotografica professionale

Ma cos’è una macchina fotografica? Essenzialmente si tratta di un oggetto compatto, di forma perlopiù irregolare, costo almeno 50 euro. Per essere sicuri che si tratti di una macchina fotografica vi consiglio di chiedere al commesso o chiamare il numero verde, stanno lì apposta.

Ci sono principalmente tre tipi di macchina fotografica: a pile, al litio e fotocamere digitali. A voi scegliere il modello che soddisfa maggiormente le vostre esigenze. Per i principianti vanno bene tutte, tanto non sono capaci. Per i più esperti meglio il litio, ho l’impressione che succhiando la batteria si guarisca dalla depressione.

Pronto per scattare

Per azionare la macchina fotografica solitamente mi imbottisco di noce moscata, mi stendo a terra e mi racchiudo in posizione fetale. E’ questa la posizione raccomandata dall’associazione mondiale dei fotografi associati. A quel punto si preme la lente e dal pulsante fuoriscono i raggi visivi responsabili della registrazione luminosa. Siamo nell’istante più delicato e sacro dell’intero processo: state esprimendo la vostra ispirazione per tramite di un oggetto di cui non vi è dato di capire nulla, insomma dovete fidarvi e sperare che non esploda qualcosa o non finiate intossicati dalle esalazioni.

Un esempio di autoritratto

Prima di scattare la fotografia è meglio scegliere il soggetto, principalmente animali domestici, piatti quadrati con dentro robina colorata, autoritratti. Quando avete deciso, dovete metterlo nella stessa stanza del vostro apparecchio altrimenti non potranno entrare in alcun modo in contatto. Se proprio non riuscite a farlo, portate la macchina nei pressi dell’oggetto che intendete catturare e procedete. Come si diceva una volta, se la montagna non viene al leader religioso, allora il leader religioso va alla montagna. Noterete che, per non escludere alcuna fede religiosa dal piacere inclusivo di leggere il mio blog, ho riportato il detto popolare in versione 2.0 certificata ISO per la par condicio.

Che ci facciamo con questa?

Scattata la fotografia si procede alla stampa. E’ un’operazione un po’ difficile ma state tranquilli, se farete come vi dico non sprecherete nemmeno un euro e i preziosi reagenti vi dureranno a lungo. Ne avanzerà anche per una sniffatina con gli amici.
Per prima cosa aprite la scatola posteriore della fotocamera, estraete la pellicola digitale sollevandola delicatamente con uno scopino e stendetela su un tovagliolo di carta. Il tovagliolo non deve avere decorazioni che potrebbero impressionare lo sviluppo del positivo. Processate ora l’emulsione stendendola sul telo di linoleum e soffiate fino alla sublimazione del cadmio. Attenzione perché è un liquido tossico: appena terminata questa fase buttate immediatamente il bicchierino dalla finestra prima che qualche fattone lo scambi per un cicchetto di metadone.

Gli attrezzi del mestiere

L’immagine inizia ad apparire, OK? Ci siamo quasi. Bagnate lo spray nel Dixan e sprizzatelo sulle mani (raccomando di usare guanti di lana). Per ottenere fotografie dall’effetto vintage potete poi fotografarle col cellulare e mettere i filtri predefiniti. Se volete invece ricorrere ad effetti tradizionali potete pasticciare la stampa con l’Uniposca.
Ora che la stampa è pronta vi chiederete: “Ma qual è il messaggio della mia opera d’arte?”. E’ una domanda stupida, mi spiace.

Si dice che un grande fotografo del ‘900, Mary Shelley, abbia stampato più di 100 fotografie, ma sembra più che altro una leggenda divulgata per vendere le lastre Kodak. Mia moglie non ha mai sentito parlare né di Shelley, né di lastre.

Io e Matt Damon ad un convegno di fotografia

Con la mia guida per principianti vi ho spiegato le principali difficoltà e gli approcci che dovrete adottare se vorrete avvicinarvi all’arte della fotografia. Fare fotografie è fico, non c’è niente da fare. Avete presente l’emozione di mangiare i salatini al vostro vernissage mentre ogni signora si consuma dal desiderio di comparire in un selfie d’autore assieme a voi? Con un po’ di studio e di applicazione molti di voi potrebbero scoprirsi artisti e ritrovarsi a raccontare aneddoti ai convegni di fotografia. Passatempo adatto anche per anziani.
Per oggi abbiamo finito, un amabile saluto a tutti ed un bouquet di fiori alle lettrici!

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Tradizioni

Oggi si pranza da me

Cari lettori, bentrovati, oggi ho una sorpresa per voi. Anziché discutere come al solito d’arte, di abbandono dell’arte o di problematiche sociali, parleremo di cucina, un argomento apparentemente più disteso ma che nasconde risvolti filosofici ed estetici fondamentali.
Ciò che questa mattina volevo condividere con voi è una mia specialità, una storica bontà nazionale che interpreterò, umilmente, al lume del genio culinario. La ricetta che vi esporrò dovreste conoscerla tutti, salvo averla dimenticata in favore dell’ultima costosa stronzata servita in miserrime quantità su un piatto rettangolare in qualche locale di tendenza.
Signore e signori, dimenticate ora quei tristi simulacri di pietanze, quegli obbrobriosi esercizi di design privi di spirito e di essenza sensoriale, perché oggi gusteremo insieme un piatto sostanzioso e genuino, i celeberrimi cannelloni piemontesi con mozzarella bagnata DOP. Seguitemi allora in questa intrigante avventura!

Non risparmiate sugli ingredienti: dalla qualità dei mattoni dipende la qualità della vostra casa

Per realizzare la golosità del giorno vi occorreranno:
– Cannelloni primizia 600 g
– Mozzarella bolognese DOP 600 g
– Cavoletti dell’Adige IGP 600 g
– Acqua da cottura 600 g
– Acqua frizzante delle Alpi 600 g
– Alimento macinato 600 g
– Granella Adidas 600 g
– 1 litro di crema base italiana
– Sale italiano per cannelloni 600 g
– Pepe iodato 600 g
– Iodio 600 g
– Brodo di palma q.b.

La mia raccomandazione è di utilizzare solo frutta IGP, altrimenti siete dei disadattati o volete passare per tali.

Punto numero uno: usate sempre una pentola sporca. Un vero cuoco sa perché. Non ascoltate quegli chef fichetti coi capelli arroganti, essi vendono solo fumo e stupidità. Un vero cuoco è altro e usa altro. Voi fidatevi di ciò che scrivo.

Un bel ciuffo di cannelloni

Per prima cosa rinvenite i cannelloni con del liquido neutrale. Una volta ripresa la forma originaria stendeteli sul bancone e aspettate 20 minuti. Potete ingannare il tempo leggendo un libro di poesia erotica, visitare il mio sito web www.unartistaminimalista.com o portarvi avanti con le fasi successive.

Durante la cottura mantenete il forno a 20,5 °C

Scivolando nel labirinto della vostra emotività agitate il pecorino e fatene microscopiche polpette da infilare nel deretano delle pernici che avete precedentemente passato nel bicarbonato. Ora tritate gli ingredienti servendovi dei vostri dubbi, del vostro rancore, della vostra disperazione. Tutto può servire, tutto confluirà nel vostro impeccabile manicaretto. Sarete soddisfatti quando sedimenterà negli stomaci dei vostri ospiti, di coloro che vi degnano di un convivio gioviale, immerso nella placida atmosfera della nostra provincia, con i camion parcheggiati che prendono il sole e i gatti malati del vicino che strofinano l’ano sui muri del condominio.

I miei calzini nuovi

I minuti passano, casa vostra attende senza spasmi la risoluzione delle vostre azioni. I cannelloni hanno raggiunto lo stadio della pre-cottura ed appaiono sodi e rosolati. Non curatevi del loro riposo e proseguite amalgamando i residui commestibili nel mixer. Complimenti, ora dovete solo infilare il ripieno nella pasta suggellando un legame indissolubile e irreversibile, una metafora della vostra vita, sminuzzata con cura in un impasto colloso e ficcata in un canale viscido e senza luce.

Dopo avere preparato il ripieno vi renderete conto che assomiglia alle vostre feci: buttatelo via e riempite i cannelloni di merda facendo attenzione a che sia prodotta con alimenti a kilometro zero.

Tostapane e aceto: la base della cucina italiana

Siamo quasi al termine della preparazione: i cannelloni sono affastellati nella terrina e aspettano solo di sfamare le vostre budella, ma manca ancora il tocco finale. Se siete maggiorenni potete spolverare del cacio o della morfina, altrimenti accontentatevi del calcare che vostra madre vi getta nel letto durante le crisi depressive.
Avete già messo i piatti in tavola? Se non l’avete fatto sbrigatevi e procedete con divertita solennità ad impiattare. Proprio così: ho detto impiattare. Si dice impiattare. Impiattate, cazzo!

I cannelloni della tradizione in tutta la loro gloria

Ora che la pietanza è servita ricordate che si tratta di un Vero piatto Italiano e come tale dovete condividerlo solo tra Veri Italiani; se avete ospiti canadesi o altri barbari evitate questa specialità nazionale e servite roba mediocre adatta a loro. Oppure ospitiamo questi signori a casa loro, che facciamo prima!!!1!
Per accompagnare l’ingoio dei cannelloni potete mettere in tavola della coca cola campana DOP, meglio se scaduta per il tradizionale retrogusto fosfato. Dopo il pasto, invece, potete fare una scopata digestiva.

I valori nutrizionali dei cannelloni piemontesi con marroni provenzali DOP sono altamente essenziali e ricchi di principi colloidali, come dimostrato da un recente studio svedese. Informatevi.
Avete ancora voglia di pagare 80 euro per un Oriental finger roll di tofu al riccio di mare vegano? Non credo proprio, cari i miei porcelloni.

E così, con questo articolo diverso dal consueto, nell’abbracciarvi mi congedo!

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Inizio, durata e fine

Come potete dedurre dal titolo dell’articolo, è finalmente giunta l’ora dell’addio. Si vuole ignorare la fine, rimandarla, ma essa giunge comunque, e quando giunge non possiamo che salutarla con inatteso entusiasmo.
La fine è la fine dell’attesa e proprio questo la rende così inebriante. Guardarla negli occhi è scorgere se stessi, finalmente conclusi e perfetti come un cerchio. E cos’è in fondo la fine se non l’inizio della fine che finendo inizia? La fine è incoerente, per questo è essenziale per un grande artista (sto parlando di me).

Come ogni progetto, anch’io ho un inizio, una durata ed una fine. E così, dopo l’inizio e la durata, ecco la fine.
Se non fosse chiaro mi ritiro, me ne vado, lascio tutto, forse mi trasferisco in Russia.
Ma non me ne andrò senza celebrare l’addio.

 

L’appuntamento è su Radio Ramingo, 6 dicembre 2016, ore 21.30. Con la straordinaria partecipazione della

CALIFORNIUM HASHTAG BLU SPEKTRALEN COMBO, composta da:

Il Maestro Giuseppe Fiori, l’unico artista polistrumentista venerato da millenni in tutte le Milano del mondo;
Lo svizzero (b)ananartista, il nuovo Leonardo da Vinci, l’inenarrabile Cobain d’Africa;
Ed il misteriosa James Ocaz, geniale poetesso e musico dalle infinite nomee, che preferisce non essere linkata.

L’evento sarà registrato e ficcato su disco dalla SCSS Records, leggendaria etichetta italiana che ha saputo infondere gli Acidi Tonanti nelle coscienze del popolo umano di ogni specie.

Sintonizzatevi lo streaming. Che cazzo avete da fare martedì sera?